2010: La Nike italoceltica.

Quando arrivai in Irlanda, ormai oltre due anni fa, testai le mie prime impressioni empiricamente. La rete e la strada furono le due misure che ritenni adatte per questo compito. E’ così fu.

Leggendo blog e forum, mi accorsi di vivere in un posto di merda, poiché una grande cifra delle opinioni era negativa. Parlando con i connazionali incontrati, le impressioni sembravano le medesime. Senza entrare nel merito della veridicità di quanto si sosteneva, di certo rimasi colpito dalla grande massa di esperienze avverse riportate.

Così, mentre in strada si faceva ancora baldoria e  lo champagne finiva, in rete, gli expat italiani lanciavano palle di cannone contro l’isola e gli isolani. Solo tre anni fa, il pensiero forte e l’umore di pancia degli emigranti italiani aveva parzialmente espresso un giudizio denigratorio verso questo paese. Il sentimento,  nella maggior parte dei casi, non aveva filtri, era un flusso emozionale che si trascriveva in rete per poi essere diffuso a quante più persone possibili, che condividendo a loro volta lo rafforzavano.

Accadeva che in quel periodo (2007-2008 e precedenti) l’afflusso di italiani in Irlanda era ancora considerevole e qualche posto di lavoro tutto sommato si trovava ancora. Queste fece sì che la proporzione tra emigranti e blogger fosse decisamente maggiore e variegata (5 ogni 1000?). Ed è così che la maggior parte dei documenti lasciati in rete risalgono a quel periodo.

Solamente oggi, riesco a definire delle categorie che descrivevano con una buona approssimazione, le tipologie dei narratori del tempo che fu.

Solipsisti
L’Irlanda è quella che vedo io. Punto.

Esistenzialisti
L’Irlanda è quello che sento io. Punto.

Disfattisti
L’Irlanda è una merda. Punto.

Donabbondiani
L’Irlanda è un posto dove vivo. Punto.

Illuminati
Io ho capito l’Irlanda dopo un anno che ero qui. I ponti si fanno così.

Poi qualcosa ruppe l’incanto: la recessione. In un anno (2009) l’Irlanda venne travolta pesantemente dalla crisi economica ed una cospicua emorragia occupazionale colpì il paese. Alla fine del 2009 eravamo ad oltre il 12% di disoccupati in tutto il paese.  Numeri pesanti.

Le statistiche ed i numeri, che non ci piacciono mai troppo, divennero reali un po’ per tutti e l’umore si trasferì anche nella blogosfera. La naturale traduzione della vera paura fu il silenzio o la totale assenza di speso specifico delle argomentazioni. L’impero del disfattismo italoceltico cominciava ad erodersi alla sua stessa base.

Dopo lo logorrea emotiva, scese un tetro silenzio; chi doveva andarsene se ne era già andato, chi rimase, comprese – forse –  che il proprio godere per le disgrazie celtiche, si stava riversando su di sé.

Poi i Sindromati.

Termine amato e odiato, di cui mi prendo, nel bene e male  la responsabilità. Ma questa categoria, che identifica uno psicodramma ed un deficit di integrazione vero e proprio, definì un male strisciante. Circoscritto, così, il problema, ci fu la caccia all’untore. La Sindrome ed i suoi effetti vennero usati come un malleus maleficarum sui detrattori, scatenando duri conflitti su piattaforme – ormai storiche – come quella dei Cavesi a Dublino.

In seno a questo conflitto, e grazie alla conseguente selezione, nacque anche un modo differente di parlare di questo paese. Ad oggi, comprendo che la teoria dei blocchi contrapposti funzionò, portando i detrattori a ritirarsi giorno per giorno. Di fatto, in mancanza di un blocco di sostenitori, ne andava creato uno. Questo, penso, accadde per meccanicismo e senza una specifica premeditazione. Doveva solamente accadere.

Due visioni opposte, si sono quindi avvicendate seguendo gli eventi storici, politici e sociali di un paese. Più il paese andava male, più gli effluvi di odio si diluivano. Che sia casuale o meno, è pur sempre un dato.

Allora, per tanti fattori, non si trova più tutto quell’odio e livore. Fino al 2008, non andava bene nulla: non si trovavano le passate di pomodoro, le patatine che ci piacevano tanto, le donne erano tutte un branco di baldracche in sovrappeso, gli irlandesi un branco di analfabeti alcolizzati e le abitazioni pericolanti e malfatte.

Ed oggi, a quasi la metà del 2010, ci troviamo in periodo di pace apparente, in cui gli animi, dopo un conflitto combattuto su una piattaforma virtuale, si sono decisamente placati.

Qualcuno, forse,  ha compreso che pochi anni non bastano per conoscere un luogo, e forse neanche dieci. A volte venti, se non trenta. E che non si parla perfettamente un’altra lingua, se non dopo anni ed anni di pratica e studio.

Altri, invece, attendono silenziosi il default irlandese per affermare che lo avevano previsto e che il branco di incompetenti ha fallito ancora. Sì, perché molti dei nostri connazionali considera gli irlandesi un branco di falliti incompetenti e gode delle sue sconfitte.1

Ma intanto, dopo tanto agitarsi, nell’Anno Domini 2010, viviamo, seppur per poco, questa Pace italoceltica. Almeno sul web.

Se la pace, poi, deve essere assenza di dibattito ben venga, perché se le basi della polemica devono essere rubinetti, riscaldamenti e porte, meglio lasciar stare. Ne abbiamo ancora molta di strada da fare, miei cari laureati.

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1 Questa idea, a mio vedere risiede in ognuno di noi. Tutti hanno un residuo fisso di intolleranza verso una qualsiasi altra cultura o verso il diverso in genere. Come  nessun etero accetterà mai completamente l’omosessualità, allo stesso modo nessun italiano sarà mai realmente contento della crescita di un paese come l’Irlanda, né un gatto mai realmente mai amico di un topo.