Vota, l’Italiano metafisico all’estero.

Se sei iscritto all’AIRE, l’anagrafe degli italiani all’estero, ti arrivano comodamente le schede elettorali (o referendarie che siano) per votare da casa e rispedire tutto, gratuitamente, indietro. Tutto perfetto e funzionale nella sua meccanica, nulla da obiettare.

La questione che mi sono posto, invece, è di ordine morale o se più vi piace per l’inflazione del termine: etico. E’ giusto, quindi, che gli italiani all’estero votino?

Andiamo, prima di tutto, a vedere le due tipologie di connazionali che vivono, ad esempio, in Irlanda.

Residente all’estero, con regolarità d’iscrizione all’AIRE.
Individuo X è residente all’estero e regolarmente iscritto all’AIRE, con la conseguente perdita temporanea di alcuni privilegi nel paese di origine, come ad esempio l’accesso alla sistema sanitario. Quindi X risiede effettivamente all’estero, ha perso alcuni diritti nel proprio paese di origine, ma può continuare a votare e decidere chi governa cosa e dove.

Residente all’estero (da oltre 12 mesi) senza regolare iscrizione all’AIRE.
Individuo Y che vive all’estero ma non si iscrive all’AIRE, per posizione personale o semplice lassismo. Il tipo Y, lavora all’estero, paga tasse in un altro paese, continua ad avere accesso a tutti i servizi pubblici del paese d’origine e vota tranquillamente solo tornando a casa.

X e Y hanno entrambi il diritto di voto in Italia, con l’unica differenza nella modalità di voto. Il primo riceve le schede – ad esempio – in Irlanda, l’altro, invece, deve prendersi un volo per accedere all’urne.

Partiamo dal presupposto, che al di la della mancata all’AIRE o meno, nessuno dei due avrebbe diritto a votare in Italia. Né X né Y vivono più in Italia, non pagano tasse derivanti dai loro guadagni[1], non sono un vantaggio per l’economia nazionale e non vivono fisicamente il contesto civile e sociale del paese. Magari c’è empatia verso determinate situazioni, ma nella pratica oltre quello non si va.

Noi, che viviamo all’estero, non dovremmo votare per il semplice motivo che non viviamo più in Italia e non dovremmo temporaneamente avere il diritto di decidere chi e cosa mutare, a dispetto di chi invece si trova fisicamente lì.

Noi non abbiamo il diritto di cambiare le sorti politiche e sociali del paese, perché abbiamo fatto una scelta ben precisa, che seppur transitoria, nel momento del suo essere in atto deve essere rispettata fino in fondo. Questo è etico, se vi piace chiamarlo così.

Non è etico, invece, esprimere il mio diritto di voto quando di fatto risiedo altrove. Perché materialmente il contatto con il paese è puramente empatico e  si traduce nel solo piacere di leggersi tutti i quotidiani italiani on line per puro vouyerismo informativo.

Allora mi viene da pensare che qualcuno ritenga la posizione geografica non corrispondente alla residenza spirituale. Si vive in Irlanda, ma spiritualmente si vive in Italia. Questo è l’Italiano metafisico: vive in terre straniera, ma è idealmente in Italia. Legge i quotidiani italiani, guarda i canali Rai e Mediaset con la parabola e parla italiano al lavoro e con gli amici. Vive all’estero, stando a casa. Questo, sia ben inteso, è un discorso che riguarda una classe di persone determinata e non comprende tutti i connazionali che vivono altrove.

Data quest’ultima fattispecie, il voto dell’Italiano all’estero avrebbe un senso, per che di fatto egli è sensibile a tutto quello che accade in Italia, seppur non partecipi alla vita civile e politica. E se poniamo il fatto che neanche gli italiani residenti si interessano alla res publica del paese, allora X ed Y sono uguali a Mario Rossi; essi risiedono solo in posizioni geografiche diverse. L’interesse per la vita politica del paese è, in definitiva, un mero atto informativo ma non partecipazionale: si osserva, si commenta ma non si partecipa, se non alle eccitazioni di massa per il voto, che sono più che altro espressioni di un fazionismo passatista.

Il voto degli italiani all’estero è, quindi, un atto di populismo politico, che si dovrebbe giustificare nella proposizione “se mai un giorno tornerete a casa”. La risposta è nella domanda stessa, che esprime una situazione di possibilità e imprevedibilità . Effettivamente, voi non sapete se, come e quando tornerete in Italia.

Ma al di là di queste considerazioni personali, io continuo a non vedere l’onestà intellettuale di votare quando si vive legalmente in un altro paese. Più che altro, dovremmo votare qui, visto che chi vi toglie o mette strade, chi prende dalle vostre tasche oggi vive in Irlanda.

Ma questo è il paradosso sottile delle democrazie, dove il demos può scegliere cosa e chi, senza però sapere mai come farlo nel modo corretto. Allora voti in Italia, pur vivendo in Irlanda.


[1] Vero in linea di massima, poiché molti residenti all’estero non iscritti AIRE, evadono il fisco italiano, non dichiarando i loro introiti nel paese di residenza. Seppur la questione sembri fumosa, si dovrebbero pagare le tasse all’erario italiano qualora non si sia provveduto al cambio di residenza estero. Questo, ovviamente, per il fatto che si usufruisce, almeno formalmente , di tutti i servizi pubblici e statali. Ci metto, comunque, un punto interrogativo, visto che personalmente non sono riuscito a fare chiarezza sulla questione.

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