Gli Emigranti e il Principio di Doppia Assenza, I.

Dopo qualche anno di permanenza all’estero, la sensazione di essere inconsciamente assenti sia dal luogo che si e’ lasciato che in quello di dove si vive, diventa proporzionalmente alla lontananza, sempre più forte. Si sente di non appartenere più attivamente a nulla e si rimane intrappolati in una zona umbratile e liminale della propria esistenza, dove si e’ soli con il proprio dilemma culturale ed esistenziale. Ci si sente, metaforicamente parlando, come se si stesse spiando in lontananza qualcosa che non fa parte realmente del nostro microcosmo, che a sua volta tende a contrarsi radicalmente.

Non appartengo, quindi non esisto.

Appartenere, seppur sia una visione tanto irrinunciabile quanto obsoleta, definisce ancora l’identità delle persone. Il non-appartenere, a sua volta, le disintegra e polverizza fino al suo minimo termine. Purtroppo, la maggior parte di noi, come entita’ ridotte al minimo della propria essenza, non sono quasi mai nulla di peculiare e nonostante ci sia sempre molto baccagliare sulla propria individualità, rimane che di fatto siamo molto piu’ l’indotto di quello che ci ha circondato.

Dalla zona di  non-esistenza, una propulsione emozionale pero’ può reagire e  far germinare un desiderio: quello integrarsi, assomigliare ed essere parte di un maggioranza al fine di ottenere una nuova identità ben definita.

Dal momento che si avverte la spinta di voler essere parte di un’altra cultura, bisogna accettare che esista una fase di passaggio, durante la quale si abbandona parzialmente la cultura nativa per un’altra. In questa paradossale schizofrenia, alcuni processi scrittura e sovrascrittura della nostra memoria organica si mettono in moto per ridisegnare le nostre mappe mentali. Per questo motivo la vostra mappa culturale originaria potrà, in molti casi subire uno o più di questi processi:

1) Sovrascrittura
2) Sovrapposizione
3) Mimesi

Nel primo caso, il portato culturale iniziale (A) verrà sovrascritto con i nuovi elementi appresi (B): quindi B soppianterà A. Nella sovrapposizione,  invece, si tenderà a creare un posticcio culturale formato da ambo gli elementi, che si sovrapporranno diventando AB. Nel terzo caso, si tenderà a mimetizzare B con A e viceversa in una mimesi mistificatoria continua.

Nei primi due casi, non va dimenticato che la crudele divinità dell’integrazione richiede sempre un obolo specifico: per avere qualcosa, dovrete abbandonare parte di voi, ed e’ proprio di quella cifra astratta di cultura che vi ha tenuto in piedi fin a quel momento che stiamo parlando. Non si può rimanere nel proprio insieme culturale e pretendere di  entrare in un altro, senza togliersi le scarpe e lavarsi le mani accuratamente. Infine, se e’ quella della mimesi la strada che state percorrendo, prima o poi cadrete in fallo e sarete costretti a fare la vostra offerta o a lasciare malamente l’insieme che pretendevate di occupare.

Benvenuti nel nulla.

Siete italiani, ma vivete in Irlanda. Votate in Italia, ma vivete in Irlanda. Siete italiani ma parlate Inglese. Non siete irlandesi, ma vivete tra loro. Non parlate irlandese, ma vivete in Irlanda. Pagate le tasse in Irlanda, ma non potete scegliere chi gestirà i vostri contributi. Vi interessate di politica italiana, seppur non vi influenzi. Vi interessate quel poco che basta di politica irlandese, ma non potete influenzarla. […]

Tra la fase d’arrivo in un altro paese e il quasi immediato rifiuto per la nuova cultura (La Sindrome di Lyndon) e il seguente tentativo di ingresso in un’altra (processo d’integrazione), c’è quindi quella zona umbratile della doppia assenza, dove  non si fa parte né di una né dell’altra zona; si esiste fisicamente ma si diventa culturalmente indefinibili, pendenti fra l’una e l’altra parte a momenti alterni, in una schizofrenia incontrollabile e confusionaria.

I sentieri del processo d’integrazione sono in genere due e sono quasi sempre determinati da una scelta (reversibile) che farete dopo l’iniziale e irrazionale rifiuto:

Arrivo ———–> Rifiuto ———> Accettazione ———> Doppia Assenza ——–> Integrazione (Parziale o completa, seppur  sia piu’ rara)
Arrivo ———–> Rifiuto ———> Negazione  ———> Mono Assenza ——–> Abbandono

Scelto quindi il vostro momentaneo destino, se avrete avuto la forza di accettare interiormente la nuova entità culturale, dovrete fare i vostri primi passi nella zona nulla della doppia assenza alla ricerca della fine del labirinto.

Per compenetrarsi completamente con un’altra cultura, oltre che a dare inizio ad un processo di violenza interiore, dovrete anche ricercare l’accettazione e il compiacimento altrui, e non che questo, si intenda, sia sempre cosa positiva. Tuttavia lo sarà se voi riterrete se i valori verso la quale veleggiate, siano quelli più compatibili a voi.

Tornando l’accettazione, che e’ una delle chiavi fondamentali del nuovo percorso, si badi bene, che per quanto edulcorata da delle formalità culturali, e’ realmente il Santo Graal di ogni expat. Detto in parole povere: sarete accettati se vi apriranno le porte delle loro comunita’ come un membro effettivo e non come un ospite occasionale. Che non si scambi, percio’, la gentilezza e la tolleranza altrui, con un invito ad entrare in un territorio a cui non apparteniamo realmente.

Ci sono, oltretutto, dei fattori limitanti, che comunque difficilmente vi permetteranno di uscire completamente dalla vostro sistema originario :

•    Differenze fisiognomiche
•    Barriera linguistica
•    Mancanza di legami famigliari
•    Mancanza d’identità e appartenenza storico-politica locale

Se ogni cultura, in quanto tale, possiede dei tratti peculiari, voi ne potrete acquisire solamente una risibile parte, mentre tutto l’inaccessibile rimanente (aspetto fisico, sicuramente difficile da mimetizzare) verra’ limitato ad un mera emulazione, persa nella ricerca affannosa di un riconoscimento altrui.

L’emigrante tenta, di norma, di forzare i cancelli culturali armandosi prima di orpelli estetico comportamentali e poi di strumenti sociali ed intellettuali. Basterà volgere la propria attenzione alle nostre latitudini, per capire che una grossa fetta di immigrati, seppur ancora legati a retaggi clanici, tenti di rendersi paritaria attraverso un materialismo estetico e iperbolico. Sono il nostro riflesso esagerato ed imbarazzante, che produce in noi una profonda irritazione o sdegno (a seconda del proprio retaggio moralistico) per un qualcosa che in realtà e’ già parte della nostra stessa cultura. 

In sostanza si vuole somigliare, tentando una mimesi esteriore ed interiore che vi darà l’illusione di essere qualcosa che in realtà non siete e non sarete mai. E questo limite, che suona come una condanna, e’ dovuto alla fondamentale forza che ogni cultura e codice genetico attribuisce ad ogni persona fin dalla sua nascita, determinandone la sua identità riconosciuta. Fin dal primo giorno di permanenza sulla terra, gli umani intorno a voi si affanneranno per darvi un’identità ben precisa e questo per motivazione specifica: siamo sopratutto (ma non del tutto) la risultanza quello che e’ impresso su di noi.

Nel caso dell’emigrante, si potrebbe parlare, magari azzardando un po’, d’identità primaria e secondaria (o posticcia), fermo e ammettendo che probabilmente una futura considerazione piu’ flessibile e liquida (cit.) delle identità nazionali possa essere un fondamentale passo per permettere un minore disagio esistenziale per chi normalmente dovrà muoversi da luogo a luogo.

Purtroppo, a mio modesto parere  la forza dei fattori limitanti che ho elencato sopra, fanno ancora di noi emigranti di nuova generazione, degli apolidi senza identità che si aggirano nelle zone più grigie e vacue della dimensione expat alla ricerca di una identita’ persa in partenza.

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