• 01:21:17 pm on ottobre 15, 2010 | 16

    Patologie reali per un male immaginario.

    Ne parlai chiamandola Sindrome di Lyndon.

    Ne ho parlato per due anni ed oltre e non ho ancora terminato il mio percorso.

    Scherzavo e mi divertivo a dipingerci come malati.

    Ma non scherzavo poi tanto.

    http://www.italiansinfuga.com/2010/10/15/come-superare-i-momenti-difficili-all%E2%80%99estero/

    E’ un post autoreferenziale, non c’e’ bisogno che mi venga ripetuto nei commenti. Grazie.

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Comments

  • bacco1977 1:34 pm on 15 ottobre 2010 | #

    prego.
    E che dire.
    Adesso se ne accorgono tutti e mettono pure le cliniche.
    Le cliniche per sindromati. Assurdo. Ne avessimo avuta una noi qui ai tempi. Ci avrei mandato volentieri un paio di illuminati. Una bella clinica per sindromati a Finglas.
    Che poi, a Barcellona? Ma non e’ strafiga Barcellona?
    Non e’ che avevo ragione pure io?

    http://cavesiadublin.blogspot.com/2009/07/deprimersi-barcelona.html

    Link autoreferenziale questo.
    Ma tu guarda. Adesso tutti a dire: “Si si e’ cosi’. C’e’ la sindromatina….”
    Fino a ieri invece eri tu Lyndon ad essere folle.
    Ma tant’e’. Sbugiardati di nuovo.

  • Gabriele 1:47 pm on 15 ottobre 2010 | #

    – Smettere di lamentarsi: crogiolarsi nel ripetere ció che non ci fa stare bene ci fa stare peggio in quanto ci rende inconsolabili, chi si lamenta vuole solo lamentarsi ancora.
    – Uscire dall’isolamento: vedere cosa c’e’ di nuovo lá fuori ci dá alternative e ci rende piú liberi
    – Evitare di rifugiarsi nelle sostanze stupefacenti , nell’alcool o nei farmaci: le quali forse ci fanno uno sconto momentaneo sulla frustrazione salvo poi presentare il conto con gli interessi!

    Ma che é?? Il festival delle ovvietá???

  • Lyndon 1:51 pm on 15 ottobre 2010 | #

    @Gab: Lo so, sembrerebbe ovvio ma spesso stati emozionali derivati dalla “emigrazione” creano scompensi di tutti i tipi.
    Sembrano consigli banali, ma credimi che molti che hanno accusati anche solo il 50% della patologia, non sarebbero stati in grado di metterne uno in pratica.

    Qui si lamentavano quasi tutto e di tutti. Sempre
    Oltre i pub pochi andavano. Non c’era nulla da vedere.
    Bere, party e pubbate.

  • Lyndon 2:04 pm on 15 ottobre 2010 | #

    @Bacco: Come vedi siamo ancora qui. E tra poco arrivano anche due sorprese.

    Leggo blog di italiani nel mondo, ed una grande percentuale sono vittime degli stessi clique’.

    Puoi essere ovunque, ma sei stai male ti sindromerai.

    Barcellona? Altro luogo immaginario delle fantasie di chi non si rende conto che vivere all’estero non fa ridere per niente.

    So cazzi.

  • bacco1977 2:04 pm on 15 ottobre 2010 | #

    @Gab

    guarda che qui la gente dava i numei. E continua a darli. Il fatto che siano rimasti pochi Italiani e quei pochi sono quasi tutti ben adattati, non cancella il passato.
    Qua veramente si saltavano le ovvieta’.
    C’e’ gente cher si e’ fatta due/tre anni di pubbate, unico rifugio .
    La gente si isolava e si continua ad isolare. Si isolava dal paese. Solo pubbate ed uscite con italiani. Televisione italiana, libri italiani. Questo e’ isolamento. Hai creato un micromondo.
    E sulle lamentele, guarda che era incredibile. Non si parlava d’altro che “quando me ne vado?” facendo di tutto per accelerare la partenza. Era una lamentela sulle ovvieta’.

    Sia chiaro, pure io ho sofferto di molti di questi disturbi. Non posso nasconderlo. E’ veramente pesante lo stato d’animo.

  • Gabriele 2:17 pm on 15 ottobre 2010 | #

    Siamo perfettamente d’accordo…davvero.

    Ma mi sembrano i consigli standard. Anche fuori luogo. Ovvietá. Regole di “viver bene” valide anche se sei a casa tua.

    Non rifugiarti nella droga. Non ti crogiolare.

    Applicabili a TUTTI i contesti.

    Stó cercando una chiave di lettura a quel post. Che per quanto condivido nel macro, mi sembra qualunquista nel micro.

    “La sindrome” é un concetto che Lyndon ha sviscerato molto bene, quel post mi sembra che riesce a malapena a scalfirne la buccia…

  • Arturo 74 2:31 pm on 15 ottobre 2010 | #

    ..raga’ so tutte paranoie di chi non tromba abbastanza……

  • Top Gun 3:12 pm on 15 ottobre 2010 | #

    ho capito che vuole dire Gabriele.
    il punto di “scontro” è molto semplice, Gabriele tu già stai un passo avanti.

    c’è chi invece in quelle banalità magari si perde.
    è come avere l’influenza. tu ti senti una merda ma chi non ce l’ha ti dice “guarda che hai solo un banale raffreddore, usciamo che ti passa”.

    sono certamente consigli che puoi adattare a tutti i contesti, però se sei a casa tua nel tuo ambiente con i tuoi affetti, facce amiche e sicurezze, hai uno stress in meno da fronteggiare.
    e diciamo pure che se tutte queste cose bastassero, non ci sarebbero depressi in patria banalmente, ed è ovvio che non è così.

    Io la metto in questi termini,
    quando senti che non stai male parti dal mettere in discussione le cose più banali che superficialmente magari non guarderesti.
    Il succo dell’articolo linkato da Lyndon credo sia questo.

    @Arturo
    quindi Rocco Siffredi non ha mai sofferto di saudade? :P

  • Top Gun 3:16 pm on 15 ottobre 2010 | #

    ho messo un non di troppo in “Io la metto in questi termini,
    quando senti che —non.— stai male parti dal mettere in discussione le cose più banali che superficialmente magari non guarderesti.
    Il succo dell’articolo linkato da Lyndon credo sia questo.”

    scusate.

  • internationalpsychologistsprojectbcn 3:39 pm on 15 ottobre 2010 | #

    Caro Lyndon,
    la ringrazio per l’interesse e per aver condiviso le sue osservazioni. Ho letto con curiositá i suoi posts relativi alla Lyndon Syndrome trovando le sue descrizioni assolutamente coerenti con le fasi dello “shock culturale” descritto da Oberg, non so se ha fatto riferimento a questa teoria nelle sue osservazioni, ma se non lo avesse fatto ..beh é un’ulteriore prova che si tratta di una teoria affidabile:) Anche se appunto non generalizzabile in quanto non tutti sperimentano quelle fasi o non in modo cosí evidente, pare infatti che piu´si é arrabbiati col paese d’origine e piú l’adattamento é rapido (in altri termini si rischia meno di idealizzare il paese d’origine).
    Anche l’essere arrabbiati col paese d’origine alla lunga genera frustrazione in quanto si finisce per sentirsi un pó in “autoesilio”, un percorso equilibrato vorrebbe che alla fine si facesse pace con i due paesi e con il significato che rivestono per ognuno, assestando una convivenza interiore con ció che abbiamo lasciato e ció a cui siamo andati incontro.
    Un saluto e in bocca al lupo per il suo blog!

  • bacco1977 3:54 pm on 15 ottobre 2010 | #

    FINE DELLA TRASMISSIONE.

  • internationalpsychologistsprojectbcn 4:17 pm on 15 ottobre 2010 | #

    @Gabriele
    Salve Gabriele, chiaramente quando l’articolo in questione é un “come fare” si finisce per fare liste che sembrerebbero i consigli della zia (copriti che fa freddo! mettiti la maglia di lana!)anche se spesso dietro a quelle liste c´`e della letteratura specialistica, tuttavia se l’articolo é divulgativo e non specialistico, l’ovvietá é sempre in agguato.Quindi sono d’accordo con te ma solo in parte.
    Quando si presenta una persona dicendoci che odia il posto dove vive, che non fa che dormire e leggere il giornale del suo paese, piangere e pensare che ormai é condannato a vivere in una cittá che gli fa ribrezzo e parlare una lingua che non riesce ad imparare..la prima cosa che si fa, e dico la prima, é cercare di capire che sta facendo lí dove sta. Quali sono i suoi bisogni, che tipo di aspettative aveva quando si é trasferito, chi ce l’ha mandato (deve dare da mangiare ai figli rimasti a casa o è venuto a cercare “di meglio”, etc..?), quali sono i suoi obiettivi di sviluppo personale. In sintesi si fa un’analisi della domanda e si cerca di chiarire gli obiettivi consci e inconsci che hanno motivato la scelta o la non-scelta. Non sempre l’adattamento é la soluzione scontata al problema.
    Quelle esposte nell’articolo sono delle linee guida per chi desidera “superare” quindi “adattarsi”, per chi effettivamente ha giá chiaro quello che desidera e come lo desidera, pur soffrendo per la separazione dal suo paese. In nessun caso si é preteso dettare soluzioni valide tout court in ogni contesto e situazione.
    Un saludo!
    Francesca

  • Lyndon 4:19 pm on 15 ottobre 2010 | #

    @Dott.sa Bove: Grazie per l’intervento. Purtroppo non conosco le fasi dello shock culturale di Oberg e le posso dire che non ho fatto alcun riferimento ad esso; questo per mia ignoranza, ovviamente. Due anni fa cominciai solo a rendere analitici dei comportamenti osservati e vissuti in prima persona in Irlanda.

    E’ certo che non vada generalizzato questo tipo di comportamento, ma e’ stato interessante vederlo rapportato alle generazioni contemporanee.

    Trovo molto interessante il fatto che il fattore di astio nei confronti del paese di origine aiuti a superare lo “shock culturale” e di conseguenza possa cadere in un sorta di autoesilio.

    Grazie a lei e in bocca al lupo per il lavoro che sta facendo.

  • internationalpsychologistsprojectbcn 4:49 pm on 15 ottobre 2010 | #

    Beh insomma “il fattore astio” e´ un pó un’arma a doppio taglio!Piú che altro quelli che sono “fuggiti” dal proprio paese perché non ne potevano piú sembrano trovarsi molto meglio soprattutto all’inizio ed avere meno rimpianti.
    un saluto::)

  • Gabriele 8:08 am on 18 ottobre 2010 | #

    @Francesca

    Qualche giorno fá abbiamo ripreso l’argomento proprio con Bacco e Lyndon, e mi sono reso conto di un’ulteriore fattore.
    Io faccio parte, almeno qui in irlanda, della “nuova generazione” di espatriati, ossia una trance di persone arrivati qui dopo la Celtic Tiger, consapevole quindi di trovare un paese con determinati problemi.
    Ma proprio per questo, una generazione piú pronta ad adattarsi, meno pretenziosa e che, probabilmente, ha fatto questa scelta in maniera piú ponderata.

    Dal mio punto di vista, quindi, “copriti che c’é freddo” é un consiglio superfluo, scontato. MA mi rendo conto che molta gente potrebbe dire “io non mi copro perché nel mio paese non mi devo coprire”…e lí il consiglio per me banale, puó diventare indispensabile.

    Saluti!

  • vincenzo 10:26 am on 27 ottobre 2010 | #

    bella idea


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