• 11:21:34 am on settembre 7, 2012 | 1

    Gli Emigranti e il Principio di Doppia Assenza, I.

    Dopo qualche anno di permanenza all’estero, la sensazione di essere inconsciamente assenti sia dal luogo che si e’ lasciato che in quello di dove si vive, diventa proporzionalmente alla lontananza, sempre più forte. Si sente di non appartenere più attivamente a nulla e si rimane intrappolati in una zona umbratile e liminale della propria esistenza, dove si e’ soli con il proprio dilemma culturale ed esistenziale. Ci si sente, metaforicamente parlando, come se si stesse spiando in lontananza qualcosa che non fa parte realmente del nostro microcosmo, che a sua volta tende a contrarsi radicalmente.

    Non appartengo, quindi non esisto.

    Appartenere, seppur sia una visione tanto irrinunciabile quanto obsoleta, definisce ancora l’identità delle persone. Il non-appartenere, a sua volta, le disintegra e polverizza fino al suo minimo termine. Purtroppo, la maggior parte di noi, come entita’ ridotte al minimo della propria essenza, non sono quasi mai nulla di peculiare e nonostante ci sia sempre molto baccagliare sulla propria individualità, rimane che di fatto siamo molto piu’ l’indotto di quello che ci ha circondato.

    Dalla zona di  non-esistenza, una propulsione emozionale pero’ può reagire e  far germinare un desiderio: quello integrarsi, assomigliare ed essere parte di un maggioranza al fine di ottenere una nuova identità ben definita.

    Dal momento che si avverte la spinta di voler essere parte di un’altra cultura, bisogna accettare che esista una fase di passaggio, durante la quale si abbandona parzialmente la cultura nativa per un’altra. In questa paradossale schizofrenia, alcuni processi scrittura e sovrascrittura della nostra memoria organica si mettono in moto per ridisegnare le nostre mappe mentali. Per questo motivo la vostra mappa culturale originaria potrà, in molti casi subire uno o più di questi processi:

    1) Sovrascrittura
    2) Sovrapposizione
    3) Mimesi

    Nel primo caso, il portato culturale iniziale (A) verrà sovrascritto con i nuovi elementi appresi (B): quindi B soppianterà A. Nella sovrapposizione,  invece, si tenderà a creare un posticcio culturale formato da ambo gli elementi, che si sovrapporranno diventando AB. Nel terzo caso, si tenderà a mimetizzare B con A e viceversa in una mimesi mistificatoria continua.

    Nei primi due casi, non va dimenticato che la crudele divinità dell’integrazione richiede sempre un obolo specifico: per avere qualcosa, dovrete abbandonare parte di voi, ed e’ proprio di quella cifra astratta di cultura che vi ha tenuto in piedi fin a quel momento che stiamo parlando. Non si può rimanere nel proprio insieme culturale e pretendere di  entrare in un altro, senza togliersi le scarpe e lavarsi le mani accuratamente. Infine, se e’ quella della mimesi la strada che state percorrendo, prima o poi cadrete in fallo e sarete costretti a fare la vostra offerta o a lasciare malamente l’insieme che pretendevate di occupare.

    Benvenuti nel nulla.

    Siete italiani, ma vivete in Irlanda. Votate in Italia, ma vivete in Irlanda. Siete italiani ma parlate Inglese. Non siete irlandesi, ma vivete tra loro. Non parlate irlandese, ma vivete in Irlanda. Pagate le tasse in Irlanda, ma non potete scegliere chi gestirà i vostri contributi. Vi interessate di politica italiana, seppur non vi influenzi. Vi interessate quel poco che basta di politica irlandese, ma non potete influenzarla. […]

    Tra la fase d’arrivo in un altro paese e il quasi immediato rifiuto per la nuova cultura (La Sindrome di Lyndon) e il seguente tentativo di ingresso in un’altra (processo d’integrazione), c’è quindi quella zona umbratile della doppia assenza, dove  non si fa parte né di una né dell’altra zona; si esiste fisicamente ma si diventa culturalmente indefinibili, pendenti fra l’una e l’altra parte a momenti alterni, in una schizofrenia incontrollabile e confusionaria.

    I sentieri del processo d’integrazione sono in genere due e sono quasi sempre determinati da una scelta (reversibile) che farete dopo l’iniziale e irrazionale rifiuto:

    Arrivo ———–> Rifiuto ———> Accettazione ———> Doppia Assenza ——–> Integrazione (Parziale o completa, seppur  sia piu’ rara)
    Arrivo ———–> Rifiuto ———> Negazione  ———> Mono Assenza ——–> Abbandono

    Scelto quindi il vostro momentaneo destino, se avrete avuto la forza di accettare interiormente la nuova entità culturale, dovrete fare i vostri primi passi nella zona nulla della doppia assenza alla ricerca della fine del labirinto.

    Per compenetrarsi completamente con un’altra cultura, oltre che a dare inizio ad un processo di violenza interiore, dovrete anche ricercare l’accettazione e il compiacimento altrui, e non che questo, si intenda, sia sempre cosa positiva. Tuttavia lo sarà se voi riterrete se i valori verso la quale veleggiate, siano quelli più compatibili a voi.

    Tornando l’accettazione, che e’ una delle chiavi fondamentali del nuovo percorso, si badi bene, che per quanto edulcorata da delle formalità culturali, e’ realmente il Santo Graal di ogni expat. Detto in parole povere: sarete accettati se vi apriranno le porte delle loro comunita’ come un membro effettivo e non come un ospite occasionale. Che non si scambi, percio’, la gentilezza e la tolleranza altrui, con un invito ad entrare in un territorio a cui non apparteniamo realmente.

    Ci sono, oltretutto, dei fattori limitanti, che comunque difficilmente vi permetteranno di uscire completamente dalla vostro sistema originario :

    •    Differenze fisiognomiche
    •    Barriera linguistica
    •    Mancanza di legami famigliari
    •    Mancanza d’identità e appartenenza storico-politica locale

    Se ogni cultura, in quanto tale, possiede dei tratti peculiari, voi ne potrete acquisire solamente una risibile parte, mentre tutto l’inaccessibile rimanente (aspetto fisico, sicuramente difficile da mimetizzare) verra’ limitato ad un mera emulazione, persa nella ricerca affannosa di un riconoscimento altrui.

    L’emigrante tenta, di norma, di forzare i cancelli culturali armandosi prima di orpelli estetico comportamentali e poi di strumenti sociali ed intellettuali. Basterà volgere la propria attenzione alle nostre latitudini, per capire che una grossa fetta di immigrati, seppur ancora legati a retaggi clanici, tenti di rendersi paritaria attraverso un materialismo estetico e iperbolico. Sono il nostro riflesso esagerato ed imbarazzante, che produce in noi una profonda irritazione o sdegno (a seconda del proprio retaggio moralistico) per un qualcosa che in realtà e’ già parte della nostra stessa cultura. 

    In sostanza si vuole somigliare, tentando una mimesi esteriore ed interiore che vi darà l’illusione di essere qualcosa che in realtà non siete e non sarete mai. E questo limite, che suona come una condanna, e’ dovuto alla fondamentale forza che ogni cultura e codice genetico attribuisce ad ogni persona fin dalla sua nascita, determinandone la sua identità riconosciuta. Fin dal primo giorno di permanenza sulla terra, gli umani intorno a voi si affanneranno per darvi un’identità ben precisa e questo per motivazione specifica: siamo sopratutto (ma non del tutto) la risultanza quello che e’ impresso su di noi.

    Nel caso dell’emigrante, si potrebbe parlare, magari azzardando un po’, d’identità primaria e secondaria (o posticcia), fermo e ammettendo che probabilmente una futura considerazione piu’ flessibile e liquida (cit.) delle identità nazionali possa essere un fondamentale passo per permettere un minore disagio esistenziale per chi normalmente dovrà muoversi da luogo a luogo.

    Purtroppo, a mio modesto parere  la forza dei fattori limitanti che ho elencato sopra, fanno ancora di noi emigranti di nuova generazione, degli apolidi senza identità che si aggirano nelle zone più grigie e vacue della dimensione expat alla ricerca di una identita’ persa in partenza.

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Comments

  • pallotron 10:25 am on 9 settembre 2012 | #

    Bella analisi, alcuni appunti che mi sento di fare:

    IMHO non e’ possibile definire una cultura secondo canoni comportamentali, estetici, etc fissi e non modificabili.
    Una cultura e’ in costante evoluzione, mai fissa, ed e’ la somma della anche piu’ minime interazioni tra gli individui, non importa se “facenti parte di quella cultura o no”, se in mono assenza o in doppia assenza (per stare alle tue definizioni). In piu’ ogni cultura e’ influenzata da ogni altra cultura con cui viene in contattto.
    Es.: expat Italiani in Irlanda e non hanno avuto modo di modificare culture tante volte diverse alla loro senza neanche la volonta’ di integrarsi poi troppo (vedi prima generazione di emigrati di Brooklyn). Si pensi al fish & chip (lol), oppure al caffe’ espresso in giro per il mondo. Al fatto che ora qui si usi piu’ olio di oliva extravergine che il burro/strutto per cucinare. Per non parlare del fattore moda, etc.
    Di conseguenza il discorso di assimilare una cultura al 100% non ha senso, personalmente penso che siamo in un’epoca dove i compartimenti stagni tra le culture stanno o finiranno per cedere e ci sara’ molta pi cross-pollinazione.

    Mi sento anche di notare che la propria identita’ e’ qualcosa di ben piu’ diverso dalla semplice appartenenza ad una cultura. Una identita’, per propria definizione, e’ un qualcosa di unico e che e’ fatto da un mix di esperienze personali, luoghi visitati, fatti vissuti, culture alle quale si ha avuto esposizione, il tutto per produrre un mix del tutto personale di quelle culture, fatti, esperienze personali.

    Per questo motivo non mi sento nemmeno tanto d’accordo col discorso che un expat debba necessariamente rimpiazzare la sua cultura originaria con quella del luogo dove si installa per non sentirsi emarginato. Una persona puo’ essere felice ovunque vada grazie alla propria spiccata personalita’ e alla capacita’ di fondere culture, abitudini diverse, mentalita’ diverse, traendone un proprio mix. E’ questo che mi porta avanti a 5 anni dal mio arrivo in Irlanda.


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